Il Pdl in marcia contro se stesso
pubblicato il 14 marzo 2010 su La Repubblica
ILVO DIAMANTI
Mancano due settimane alle elezioni regionali ma
raramente si è assistito a una campagna così accesa. A una mobilitazione
altrettanto ampia.
E un´attenzione ai temi locali così ridotta. Ieri la
grande manifestazione del centrosinistra, a piazza del Popolo, contro
gli interventi del governo sulle regole elettorali - e non solo. Sabato
prossimo, ancora a Roma, la manifestazione del Pdl, con un obiettivo
simmetrico: protestare contro i giudici e la sinistra. Accusati di
impedire alla maggioranza di presentare le proprie liste. Anche in
questa occasione, dunque, le elezioni «regionali» hanno assunto un
significato politico «nazionale». In fondo è sempre successo, dopo la
fine della prima Repubblica. Da allora, infatti, le elezioni regionali
hanno funzionato come una sorta di primo turno rispetto alle elezioni
politiche dell´anno seguente. Anticipandone, puntualmente, l´esito. Nel
1995 il centrosinistra si è imposto in 9 regioni su 15. L´anno
successivo, l´Ulivo, guidato da Prodi, ha vinto le elezioni politiche.
Viceversa, nel 2000 il centrodestra, guidato da Berlusconi, ha prevalso
in 8 regioni su 15 (ma in Molise la consultazione verrà successivamente
annullata). Provocando le dimissioni di D´Alema. Per poi vincere le
elezioni politiche del 2001. Infine, nel 2005, l´Unione di
centrosinistra ha travolto il centrodestra, conquistando 12 regioni su
14. Premessa alle politiche dell´anno seguente, quando si è imposta, per
quanto di misura.
Questa volta, però, la situazione appare molto
diversa. Dieci anni di elezione diretta hanno garantito ai Presidenti
grande visibilità. Mentre, dopo vent´anni di discorsi sul federalismo e
sull´autonomia, il voto regionale è divenuto importante, per i
cittadini. Infine, soprattutto, le elezioni non si svolgono un anno
prima delle politiche. Non costituiscono, dunque, l´avvio di una lunga,
intensa e unica campagna elettorale. Tanto più per un governo che ha
stravinto le elezioni del 2008, dispone di una maggioranza parlamentare
molto larga. Ed è guidato da un premier che sostiene di avere la fiducia
di tre quarti dell´elettorato. Con un´opposizione incerta. Visto che il
Pd, negli ultimi due anni, ha cambiato tre segretari. E oggi appare,
comunque, lontano, in quanto a peso elettorale, dal Pdl. Il partito del
premier. Il quale, però, proprio per questo, rischia più di tutti, alle
prossime elezioni. Che possono alimentare nuove tensioni nel suo
schieramento, ma anche nel suo partito. Creando ulteriori problemi alla
sua leadership personale. Solo così si spiegano la crescente pressione
sui media, il silenzio imposto ai programmi di infotainment e di
politainment. Che mischiano, cioè, informazione, intrattenimento e
politica. L´insofferenza verso Santoro. Così si spiega la tracimazione
del tempo occupato dagli uomini del centrodestra nei tigì Rai e
Mediaset. E ancora: la mobilitazione di piazza, agitando la teoria del
complotto, per trasferire sugli altri - i giudici, i radicali, la
sinistra - le responsabilità dei propri militanti e del proprio partito
riguardo all´esclusione delle liste Pdl in provincia di Roma. Tanto
movimento, tanta determinazione servono a contrastare la frustrazione
dei propri elettori. A contenere la tentazione, di molte fazioni locali e
personali del Pdl, di «remare contro» - altre fazioni locali e
personali del loro stesso partito. A frenare il disimpegno possibile di
decine di candidati (esclusi). Il loro risentimento contro i veri
colpevoli di questa situazione. Non gli avversari politici, ma i loro
stessi compagni di partito.
In definitiva: Berlusconi teme il
maggior nemico con cui abbia dovuto misurarsi, dal 1994 fino ad oggi.
Più insidioso dell´Ulivo e del Pd, della sinistra e dei radicali, di
Prodi, D´Alema, Di Pietro, Pannella, Casini e la Bonino. Teme
l´astensione. Principale causa del risultato deludente alle elezioni
europee del 2009. Ma anche del tracollo alle regionali del 2005. Quel
bacino di elettori di centrodestra - molto ampio: circa un terzo del
totale - che per votare hanno bisogno di buoni motivi. Ma a cui bastano
pochi motivi per non votare. Oppure per votare «contro». Non tanto la
sinistra - da cui si sentono antropologicamente distanti. Ma contro la
loro parte. Il centrodestra. Il Pdl. Quelli, cioè, che, per protestare,
votano (lo hanno già fatto) per la Lega. E che potrebbero scegliere
perfino gli «estremisti» (sic!) di centro. Come recita uno slogan
dell´Udc. Insomma, il premier teme l´indebolirsi del suo partito, già
attraversato da divisioni personali e di gruppo. (Da ultimo: l´esodo di
Micciché verso il Partito del Sud di Lombardo). Teme gli effetti di un
risultato negativo. Che restituisca fiducia al Pd. Alla stessa Udc
(tanto più se risultasse determinante in regioni come la Puglia o il
Piemonte). Ma, soprattutto, teme la Lega. Sua alleata forte. Dopo queste
elezioni potrebbe divenire perfino «troppo» forte. Rendendo vistosa - e
imbarazzante, nel confronto - l´immagine di un partito - il Pdl - senza
territorio. Disorganizzato. Proprio perché al comando c´è un uomo solo.
Troppo solo. A capo di un partito grande. Troppo grande. Troppo
frammentario. E troppo diviso. Berlusconi, per tenere insieme la sua
galassia, ha bisogno di rinnovare - perennemente - la leggenda del
leader vincitore. Quello che non si arrende mai. Cade e si rialza.
Contro ogni previsione. E contro ogni auspicio. Di nemici e amici. Ma
oggi governa da solo, con una maggioranza larga e un´opposizione debole.
Davanti, ancora tre anni di governo. La crisi che incombe, una catena
di vicende giudiziarie da affrontare - e schivare. La Lega a capo del
Veneto e magari anche altrove. Tre anni sono lunghi. Senza altre
elezioni da affrontare. Per mobilitare la base. Alimentare
un´organizzazione che non c´è.
Per questo, oggi, a Berlusconi
conviene usare l´antiberlusconismo come un´arma contro gli altri.
Giudici, comunisti, la Repubblica, Di Pietro. Per raccogliere gli
elettori intorno a sé. Tutti uniti. Tutti in piazza. Come titolava, in
modo icastico, il Foglio nei giorni scorsi: «Nel Pdl manifesteranno
tutti convinti, ma non capiscono bene perché». La risposta è semplice:
«Contro - e per - se stessi».