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LA "PORCHERIA" COME SLOGAN

pubblicato il 12 marzo 2010 su La Repubblica

 MICHELE SERRA


Entrare nel merito delle affermazioni di Berlusconi è diventato (da tempo) impossibile. La trama logica, prima che ideologica, sulla quale sono stati tessuti sessant´anni di storia repubblicana è stata prima logorata, poi lacerata, infine rimpiazzata da una propaganda battente, riassumibile nello stupido eppure sinistro apologo del Bene che si batte contro il Male. Tutto così avulso dalla realtà politica, economia, sociale, che oramai non è più il senso delle sue parole (quasi sempre le stesse, tra l´altro), sono il tono e il volume a dare qualche soprassalto a un´opinione pubblica che nel suo grosso è semplicemente stremata.Su questo ammasso di mediocrità e stanchezza, che assomiglia a una campagna elettorale quanto un cumulo di macerie a una casa, ieri è piovuta anche la parola "porcheria", gridata dal premier in uno dei suoi accessi consueti di vittimismo patologico. Si è fatta varco nei titoli, nei lanci di agenzia, più per la sua grevità che per il suo significato. Perché perfino i media, tra quelli tacitati e quelli ancora accesi, faticano a registrare le cose secondo una loro gravità fattuale. L´altro giorno il Csm ha espresso preoccupazione per la democrazia: una sirena d´allarme autorevolissima, e in condizioni di normale percezione delle cose una sirena lacerante. Però finita quasi ovunque nel "pastone" della logomachia politica quotidiana, un grido tra i tanti, una dichiarazione nel mucchio informe, un coccio tra i cocci.
È come se in questa notte della Repubblica fosse soprattutto l´istinto a guidare il giudizio di chi ancora conta di averne uno: si avverte che il premier e i suoi fedelissimi alzano i toni perché si sentono alle corde, perché qualche sondaggio li inquadra su un terreno sdrucciolevole, perché anche alleati ventennali non rispondono ai continui appelli a fare quadrato. È allora che in qualche video si nota che il sorriso fisso del Buon Venditore si scompone e si fa digrignante, torna caimano, e che la sua ira è al colmo. E non si sa se averne timore o cassare le sue minacce tra le notizie buone: urla quando teme di perdere.
Solo ieri, galvanizzato dall´applauso di una platea amica, Berlusconi, sotto l´insegna della "porcheria", ha definito "un disegno ben pensato" la miseranda storia delle sue liste (mal pensate); ha indicato per l´ennesima volta in un complotto sedizioso (dei giudici, dei fantasmatici comunisti, di chiunque non gli voglia abbastanza bene) le cause di questa sua traballante fase; ha definito "tangentopoli inventata" il letamaio di appalti pilotati, di corruzione, di lobbismo malaffaristico che ha appena incrinato l´immagine lieta e operosa del "governo del fare"; ha indicato in sé, nella sua persona, nel suo destino, il solo percorso di salvezza percorribile, nel silenzio consueto e penoso di candidati e vicecandidati che contano su se stessi quanto sul nulla, e si accodano al Capo come se sapessero che al di fuori della sua orbita il loro futuro è segnato. Perfino la Polverini, che raccolse in diversi talk-show (quando ancora c´erano i talk-show) qualche consenso per la sua misura e ragionevolezza, tanto da essere prontamente inquadrata da Feltri tra i non abbastanza domestici, ha accettato senza battere ciglio che una sua manifestazione elettorale diventasse uno show tra i peggiori del Caimano, infurentito, scomposto, vociante. (Quando tutto sarà finito, perché prima o poi dovrà pure finire, meriterà un capitolo a parte la dolorosa rassegna della pavidità, della complicità, della rassegnazione di chi, a destra, ha accettato che la Destra fosse, per quasi vent´anni, questo penoso delirio narcisistico).
In tutto questo niente è nuovo: nemmeno i colpi bassi alle istituzioni, alle quali Berlusconi si riferisce quasi sempre e quasi solo per additarle allo spregio e all´insofferenza del "popolo", quasi non fosse il capo del governo della Repubblica, ma un comiziante sedizioso. Niente è nuovo, dicevamo, ma tutto è così ossessivamente ripetuto, e a volume sempre più alto, e con toni sempre più astiosi, che ci si chiede se esista un "fine corsa", una saturazione possibile, uno sfinimento non più rimediabile, come quando un motore in fuori giri finalmente si ingrippa, e si tace. Se lo chiedono in molti, nel paese, i tanti che hanno qualche rappresentanza perché scrivono sui giornali, o partecipano alla politica, i tantissimi che in questa bufera si sentono soli, non rappresentati, non difesi: e ci stanno male, perché non è vero che sia solo il cinismo, è anche l´amarezza che può annegare lo spirito di un Paese.

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