Ciampi: ma il governo doveva chiedere scusa
pubblicato il 9 marzo 2010 su La Repubblica
Il mio rimpianto di novantenne "È il massacro delle istituzioni elezioni a rischio annullamento ora proteggiamo il Quirinale" La
maggioranza ha fatto ciò che la Costituzione vieta: intervenire su una
materia di competenza regionale. È un altro aberrante episodio di
torsione del sistema democratico A
20 anni ogni giorno eravamo convinti di fare un passo avanti. Oggi,
alla soglia dei 90 anni, quanta amarezza: ogni giorno un passo
indietro. Ma chi è più giovane non deve perdersi d´animo MASSIMO GIANNINI
ROMA
- Benvenuti nella Repubblica del Male Minore. Cos´altro si può dire di
un Paese che ormai, per assecondare i disegni plebiscitari di chi lo
governa, è costretto ogni giorno ad un nuovo strappo delle regole della
civiltà politica e giuridica, nella falsa e autoassolutoria convinzione
di aver evitato un Male Maggiore? Carlo Azeglio Ciampi non trova altre
formule: «La strage delle illusioni, il massacro delle istituzioni...».
Ancora una volta, l´ex presidente della Repubblica parla con
profonda amarezza di quello che accade nel Palazzo. Dopo il Lodo
Alfano, il processo breve, lo scudo fiscale, il legittimo impedimento,
il decreto salva-liste è solo l´ultimo, «aberrante episodio di torsione
del nostro sistema democratico». Il "pasticciaccio di Palazzo Chigi"
non è andato giù all´ex capo dello Stato, che considera il rimedio
adottato (cioè il provvedimento urgente varato venerdì scorso) ad alto
rischio di illegittimità costituzionale. E la clamorosa sentenza
pronunciata ieri sera dal Tar del Lazio, che respinge il ricorso per la
riammissione della lista del Pdl nel Lazio, non arriva a caso: «È la
conferma che con quel decreto il governo fa ciò che la Costituzione gli
vieta, cioè interviene su una materia di competenza delle Regioni.
Speriamo solo che a questo punto non accadano ulteriori
complicazioni...», dice. Dopo il ricorso già avanzato da diverse giunte
regionali, potrebbe persino accadere che, ad elezioni già svolte, anche
la Consulta giudichi quel decreto illegittimo, con un verdetto
definitivo e a quel punto davvero insindacabile. Questo preoccupa
Ciampi: «Il risultato, in teoria, sarebbe l´invalidazione dell´intero
risultato elettorale. Il rischio c´è, purtroppo. C´è solo da augurarsi
che il peggio non accada, perché a quel punto il Paese precipiterebbe
in un caos che non oso immaginare...». Il presidente emerito non lo
dice in esplicito, ma dal suo ragionamento si evince che qualche dubbio
lui l´avrebbe avuto, sulla percorribilità giuridica e politica di un
decreto solo apparentemente «interpretativo», ma in realtà
effettivamente «innovativo» della legislazione elettorale.
Ora si
pone un interrogativo inquietante: questo disastro si poteva evitare? E
se sì, chi aveva il potere di evitarlo? Detto più brutalmente: Giorgio
Napolitano poteva non autorizzare la presentazione del decreto legge
del governo? Ciampi vuole evitare conflitti con il suo successore, al
quale lo lega un rapporto di affetto e di stima: «Non mi piace mai
giudicare per periodi ipotetici dell´irrealtà. Allo stesso tempo, trovo
sbagliato dire adesso "io avrei fatto, io avrei detto...". Ognuno
decide secondo le proprie sensibilità e secondo le necessità dettate
dal momento. Napolitano ha deciso così. Ora, quel che è fatto è fatto.
Lo ripeto: a questo punto è stata imboccata una strada, e speriamo solo
che ci porti a un risultato positivo...». Ma in questa occasione non si
può negare che il Quirinale sia dovuto passare per la cruna di un ago
particolarmente stretta, e che secondo molti ne sia uscito non proprio
al meglio. In rete e sui blog imperversano le critiche: Scalfaro e
Ciampi, si legge, non avrebbero mai messo la firma su questo «scempio».
Al predecessore di Napolitano questo gioco non piace: «Queste sono cose
dette un po´ a sproposito». Come non gli piacciono le rischieste di
impeachment che piovono sull´inquilino del Colle dall´Idv: «Ma che
senso ha, adesso, sparare sul quartier generale? Al punto in cui siamo,
è nell´interesse di tutti non alimentare la polemica sul Quirinale, e
semmai adoperarsi per proteggere ancora di più la massima istituzione
del Paese...».
Premesso questo, Ciampi non si nega una netta
censura politica di quanto è accaduto: «Io credo che la soluzione
migliore sarebbe stata quella di rinviare la data delle elezioni. Ma
per fare questo sarebbe stata necessaria una volontà politica che,
palesemente, nella maggioranza è mancata. Ma soprattutto io credo che
sarebbe stato necessario, prima di tutto, che il governo riconoscesse
pubblicamente, di fronte al Paese e al Parlamento, di aver commesso un
grave errore. Sarebbe stato necessario che se ne assumesse la
responsabilità, chiedendo scusa agli elettori e agli eletti. Da qui si
doveva partire: a quel punto, ne sono sicuro, tutti avrebbero lavorato
per risolvere il problema, e l´opposizione avrebbe dato la sua
disponibilità a un accordo. Bisognava battersi a tutti i costi per
questa soluzione della crisi, e inchiodare a questo percorso chi
l´aveva causata. Ma purtroppo la maggioranza, ancora una volta, ha
deciso di fuggire dalle sue responsabilità, e di forzare la mano». I
risultati sono sotto gli occhi di tutti: «Di nuovo, assistiamo sgomenti
al graduale svuotamento delle istituzioni, all´integrale oblio dei
valori, al totale svilimento delle regole: questo è il male oscuro e
profondo che sta corrodendo l´Italia».
Su questo piano inclinato,
dove si fermeranno lo scivolamento civico e lo smottamento
repubblicano? «Vede - osserva Ciampi - proprio poco fa stavo rileggendo
il De senectute di Cicerone: ci sarebbe bisogno di quella saggezza, di
quell´amore per la civiltà, di quell´attenzione al bene pubblico. E
invece, se guardiamo alle azioni compiute e ai valori professati da chi
ci governa vediamo prevalere l´esatto opposto». Aggressione agli organi
istituzionali, difesa degli interessi personali: l´essenza del
berlusconismo - secondo l´ex capo dello Stato - «è in re ipsa, cioè sta
nelle cose che dice e che fa il presiedente del Consiglio: basta
osservare e ascoltare, per rendersi conto di dove sta andando questo
Paese». Già qualche mese fa Ciampi aveva rievocato, proprio su questo
giornale, l´antico principio della Rivoluzione napoletana di Vincenzo
Cuoco sulla felicità dei popoli «ai quali sono più necessari gli ordini
che gli uomini», e poi il vecchio motto caro ai fratelli Rosselli, «non
mollare», poi rideclinato da Francesco Saverio Borrelli nel celebre
«resistere, resistere, resistere».
Oggi l´ex presidente torna su
queste «urgenze morali», per ribadire che servono ancora tanti «atti di
coraggio», se vogliamo difendere la nostra democrazia e la nostra
Costituzione. «I miei sono lì, sono le firme che non ho voluto apporrre
su alcune leggi che mi furono presentate durante il settennato, e che
successivamente mi sono state rinfacciate in Parlamento, come se si
fosse trattato di atti "sediziosi", o decisioni "di parte". E invece
erano ispirati solo ai principi del vivere civile in cui ho sempre
creduto, e che riposano sulla sintesi virtuosa dei valori e delle
istituzioni». Tra i 2001 e il 2006 Ciampi non potè rinviare alle Camere
tutte le leggi-vergogna del secondo governo Berlusconi, perché in
alcune di esse mancava il vizio della «palese incostituzionalità» che
solo può giustificare il diniego di firma da parte del capo dello
Stato. Ma dalla riforma Gasparri sul sistema radiotelevisivo alla
riforma Castelli sull´ordinamento giudiziario, Ciampi pronunciò alcuni
«no» pesantissimi.
Nonostante questo, anche a lui tocca oggi
constatare che quella forma di «pedagogia repubblicana», necessaria ma
non sufficiente, è servita a poco o a nulla. «Cosa vuole che le dica?
Purtroppo questo è il drammatico paesaggio italiano, né bello né
facile. E questo è anche il mio più grande rimpianto di vecchio: sulla
soglia dei 90 anni, mi accorgo con amarezza che questa non è l´Italia
che vagheggiavo a 20 anni. Allora ci svegliavamo la mattina convinti
che, comunque fossero andate le cose, avremmo fatto un passo avanti.
Oggi ci alziamo la mattina, e ogni giorno ci accorgiamo di aver fatto
un altro passo indietro. E´ molto triste, per me che sono un
nonuagenario. Ma chi è più giovane di me non deve perdersi d´animo, e
soprattutto non deve smettere di lottare». Sabato prossimo Ciampi non
andrà in piazza, per sfilare in corteo contro il "pasticciaccio" di
Berlusconi: «Non ho mai aderito a manifestazioni, e comunque le gambe
non mi reggerebbero...», dice. Ma chissà: magari con vent´anni di meno
ci sarebbe andato anche lui.
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