La nostalgia dei vecchi partiti
pubblicato il 7 marzo 2010 su La Repubblica
ILVO DIAMANTI
Non
sappiamo come finiranno le prossime elezioni regionali. Sappiamo, però,
che sono cominciate malissimo. E, prima ancora del voto, conosciamo già
il nome degli sconfitti. I partiti. Nelle democrazie occidentali,
compresa l´Italia, sono gli attori politici attraverso cui si è
realizzata la democrazia rappresentativa. Anche dopo che la politica si
è personalizzata e mediatizzata.
Perché i partiti organizzano e
orientano l´azione degli eletti nelle istituzioni rappresentative.
Perché, prima ancora, partecipano alle elezioni, presentano liste e
selezionano i candidati. Lo stesso Berlusconi, per entrare in politica,
ha dovuto fondare un partito personale. E lo ha allargato, nel 2007,
annettendo An a Fi. Per inseguire il centrosinistra, dove, dopo dieci
anni e oltre di esperimenti e discussioni, i Ds e la Margherita si
erano alfine riuniti nel Pd.
Un progetto ancora incerto, come abbiamo già scritto nelle settimane
scorse. Il Pd. Un partito senza fissa dimora. Incapace di imporre e
perfino proporre candidati propri in regioni importanti, come la Puglia
e il Lazio (senza nulla eccepire sulla qualità di Vendola e della
Bonino. Anzi). Incapace di indicare e affermare una strategia comune di
alleanze. Tuttavia il Pdl, il primo partito per consensi elettorali e
per peso parlamentare, ha fatto molto peggio.
Non era facile, ma ci
è riuscito. Si è dimostrato un non-partito. O, almeno, un partito
con-fuso. Frutto di una fusione incompiuta e mal riuscita. Fi e An:
continuano ad agire come corpi separati. Tra loro e al loro interno. Al
punto che nel Nord la Lega - l´unico partito vero - ha imposto i propri
candidati in due regioni importanti: Piemonte e Veneto. Quest´ultima:
una roccaforte. Mentre in Lombardia si è auto-imposto Formigoni. Leader
non del Pdl, ma del mondo cattolico che si riferisce a Cl e alla
Compagnia delle Opere. Altrove, come in Puglia e in Campania, il Pdl ha
stentato a trovare candidature valide. Al punto da non riuscire a
rispettare termini e regole di presentazione delle liste. Non per colpa
del Pd, dei comunisti, dei magistrati. Di Repubblica. O di Santoro, Di
Pietro, Grillo, Pannella. Ma per colpa esclusivamente propria.
Dell´organizzazione precaria che lo caratterizza alla base. Dei
conflitti tra frazioni e fazioni. Personali, locali e di interesse. A
Roma, nel Lazio, in Lombardia (nonostante le differenze significative
tra i casi). Il partito che governa l´Italia, in questa occasione, si è
mostrato approssimativo, povero di professionalità e professionismo.
Oltre ogni attesa.
Così non sorprende - e come potrebbe ? -
l´ostilità che oggi avvolge, come una nebbia densa, i partiti. Guardati
con fiducia da meno dell´8% degli italiani (Atlante politico di Demos,
febbraio 2010). Insomma: peggio delle banche e della borsa. Si tratta,
peraltro, del dato più basso degli ultimi 10 anni, durante i quali non
hanno mai goduto di grande popolarità.
I partiti a cui si
riferiscono gli italiani, va precisato, sono quelli odierni. Tanto
deprecati e deprecabili, agli occhi dei cittadini, da far loro
rivalutare il passato. Il 45% degli italiani, infatti, considera gli
attuali partiti peggiori di quelli della prima Repubblica. Solo il 20%
- meno della metà - migliori. Il giudizio più positivo sui partiti di
oggi è espresso dal centrodestra e in primo luogo dagli elettori del
Pdl. Curiosamente, visto che proprio il Pdl ha esercitato, da qualche
anno, un´opera di rivalutazione della prima Repubblica. Parallela alla
svalutazione di Tangentopoli. Definita un complotto ai danni delle
classi e dei partiti di governo, per favorire la sinistra. L´elogio dei
partiti della seconda Repubblica espresso dagli elettori del Pdl - e
della Lega - suona, per questo, come un auto-riconoscimento. E serve a
rammentare come proprio loro siano stati i maggiori beneficiari del
vuoto politico prodotto da Tangentopoli.
La rivalutazione dei
partiti della prima Repubblica appare molto estesa. A destra come a
sinistra. Il 45% degli italiani, oggi, giudica positivamente la Dc, il
35% il Pci, il 32% il Psi. L´apprezzamento nei loro confronti si è
rafforzato sensibilmente negli ultimi 5 anni: di circa il 9 punti
percentuali verso la Dc e il Psi; di quasi il 4 verso il Pci.
Probabilmente, anzi: sicuramente, i partiti maggiori della prima
Repubblica sono più apprezzati oggi che al loro tempo. Quando
esistevano veramente.
D´altronde, gli italiani hanno sempre votato
- in larga misura - «contro» prima ancora che «per». Un popolo di
«anti»: comunisti, capitalisti, clericali. Però mai, come oggi, il
sentimento antipolitico e partitico degli italiani era apparso tanto
sviluppato ed esteso. In modo così generalizzato. Al punto da suscitare
un´onda impetuosa di rimpianto verso un passato fino a ieri deprecato.
Naturalmente, più che per merito dei partiti di un tempo è per colpa di
quelli che li hanno sostituiti. Di cui il Pdl costituisce l´idealtipo.
E Forza Italia il riferimento esemplare. Il modello inventato da
Berlusconi e imitato da tutti. Oggi suscita delusione. E nostalgia. In
senso etimologico: «malattia del ritorno». Evocazione dolorosa di un
passato idealizzato, a causa delle ombre del presente. Per citare Odon
Vallet: «la nostalgia è l´oppio dei vecchi». Per questo è tanto
diffusa, oggi. Soprattutto fra i più vecchi. In questo paese di vecchi,
dove la seconda Repubblica è invecchiata da tempo, insieme ai partiti -
sedicenti - nuovi che l´hanno guidata. Insieme alla nostra democrazia.
Insieme a noi, che siamo invecchiati attraversando entrambe le
repubbliche, senza trovare un approdo sereno.